ANTROPOZOOLOGIE

PRESENTAZIONE DEL LIBRO A CURA DI
ANDREA DI CONSOLI

Andrea Di Consoli è uno scrittore, poeta, giornalista e critico letterario lucano. Collabora con Il Mattino e Il Sole 24 Ore. È stato il relatore della presentazione del libro a Latronico. Questa è la trascrizione del suo prezioso intervento.

Faccio una premessa: da lucano, sono sempre contento quando c’è un giovane che con umiltà e con serietà si approccia all’arte, come nel caso di Biagio Iacovelli al teatro e al cinema – e, con questo libro, alla letteratura. Quindi nel mio piccolo mi piace dare un contributo di vicinanza, di attenzione, perché a volte, noi che iniziamo ad avere una certa età, abbiamo la sensazione che ci sia un’interruzione nella catena di trasmissione generazionale, cosa che personalmente soffro tantissimo. Quando io ero ragazzo sentivo fortemente la presenza di quelli più grandi di me, li cercavo, cercavo di imitarli, cercavo di imparare da loro. E questo vale anche per la Basilicata, per il mio rapporto con la Basilicata. Mi ricordo che da ragazzo leggevo una rivista diretta da Leonardo Sacco che si chiamava Basilicata, proprio perché cercavo dei Maestri, cercavo dei punti di riferimento. Oggi soffro questo scollamento, questa interruzione della consequenzialità generazionale. Sono felice quindi che Biagio Iacovelli mi abbia cercato, un segno di un’umiltà, ma anche bisogno di capire quelli più grandi cosa pensano, come giudicano il suo lavoro. 

Faccio un’altra premessa e piano piano entrerò nel merito del libro, che non è di facilissima lettura – spiegherò in seguito per quali ragioni.

La mia generazione, e tutte le generazioni meridionali precedenti alla mia, sono state segnate dal demone sociologico e dal demone antropologico. Per noi, lo studio della realtà, delle nostre realtà, anche concrete, era fondamentale. Parlo della Basilicata, parlo degli scrittori e intellettuali della Basilicata, ma parlo anche, ovviamente, degli scrittori e degli intellettuali del Mezzogiorno. Per noi era fondamentale indagare la lingua, le condizioni materiali, gli scenari sociologici che si andavano creando, anche in seguito a tutta una serie di assetti sociali che potevano essere il frutto di egemonie non accettabili, per così dire. È una generazione, la mia, forse l’ultima, profondamente segnata dall’impegno politico, da quello che i francesi chiamano engagement. La politica è stata forse l’unica arma che avevamo per emanciparci, per stare anche noi in un gioco che vedeva, soprattutto per chi veniva dalle classi più basse, un’impossibilità di impegno, un’impossibilità di protagonismo nella società. Quindi, personalmente, sono cresciuto con il grande Moloch del Realismo, per quanto riguarda la letteratura. Ricordo ancora quando all’Università studiai Mimesis di Auerbach, che è un testo fondamentale per capire la storia del Realismo in Occidente, e lì capii che la mia vocazione era inevitabilmente realistica, motivo per il quale guardavo con sospetto a uno scrittore come Jorge Luis Borges perché, al di là delle poesie che hanno una dimensione narrativo-realistico più marcata, nei racconti invece era estremamente astratto, allegorico – cioè era, in un certo senso, distaccato dalla realtà. E lo guardavo con sospetto così come a volte, nel tempo, ho guardato con sospetto a Proust, a Kafka, cioè a tutti quegli scrittori che hanno superato il dato tangibile, immanente, del realismo. 

Biagio Iacovelli ha scritto un libro molto distante dal mio impegno civile, dal mio engagement, dalla mia visceralità, dalla mia ossessione antropologica e materialistica.

Però mi piace confrontarmi con un libro come questo, anche perché ci dà una notizia interessante sulle nuove generazioni. Io sento che le nuove generazioni non sentono più l’ossessione dell’identità, dell’appartenenza, l’ossessione di descrivere il proprio territorio, il proprio luogo, la propria “casa”, le persone con cui sono cresciute. Questo perché la loro identità culturale si è formata con una libertà che noi non abbiamo conosciuto. Perché il nostro immaginario era fortemente segnato dalle cose che avevamo intorno. Invece Biagio Iacovelli fa parte già di una generazione che si è alimentata con un immaginario collettivo che potremmo definire di tipo globale. Questo libro potrebbe essere stato scritto da uno scrittore di Venezia, di Palermo, di Torino, perché non c’è un solo riferimento al territorio, al luogo dove questo giovane scrittore e attore è nato e cresciuto. Questo mi fa molto riflettere, perché i consumi culturali e le libertà culturali hanno permesso questo tipo di allargamento, di distacco dalla terra, dal luogo in cui si è nati. L’emigrazione, per esempio, che tanti di noi hanno sperimentato direttamente o indirettamente, è stata vissuta e raccontata da noi tutti con un certo dramma, e anche, forse, con un certo melodramma. Sicuramente con un pathos che ha segnato tutta la storia della letteratura lucana e meridionale. I giovani di oggi emigrano con un atteggiamento e con uno stato d’animo che è completamente diverso rispetto al nostro. Proprio perché questa fluidità, questa liquidità della loro identità, questo loro essere più permeabili, più porosi alle contaminazioni, permette loro di non sentire eccessivamente il distacco, di non sentire eccessivamente il demone del luogo. E permette loro di essere più liberi, più agili e più distaccati da quella che prima ho definito ossessione sociologica e antropologica. Noi di questo dobbiamo tenere conto quando ci approcciamo con le nuove generazioni. E credo che in questo dato ci sia un elemento di discontinuità che noi dobbiamo innanzitutto accettare. Lo dobbiamo accettare anche da un punto di vista letterario, non soltanto da un punto di vista sociologico e politico. 

Quando un giovane andava via, continuava a dialogare a distanza con il proprio territorio. Anche in maniera ossessiva. L’emigrazione è la storia di una grande nevrosi collettiva, di una grande nevrosi che si manifestava, appunto, attraverso l’esasperazione del tema dell’identità, dell’appartenenza, dello sradicamento; con l’ossessione dell’eterno ritorno, del bisogno di tornare, di avere una casa, con l’ossessione di avere una terra, dei padri presso i quali morire, avere sepoltura, dove avere finalmente la pace. E tutta la storia dell’emigrazione è stata segnata da questa nevrosi ossessiva.

I giovani come Biagio Iacovelli ci fanno capire che le cose sono cambiate. E sono cambiate anche nello stile.

Una lingua, ed eccoci al tema linguistico, è fondamentale: se noi leggiamo Giovanni Verga, Corrado Alvaro, Rocco Scotellaro, se leggiamo i grandi scrittori meridionali, sentiamo che loro hanno fortemente attinto alle cadenze, all’umore delle lingue del posto dove vivevano e, per quanto la loro lingua fosse italianizzata, era comunque il frutto di un legame con il gergo o con, addirittura, il dialetto del posto dove loro vivevano. Il loro, insomma, era un italiano fortemente piegato da un suono, da una cadenza pesantemente dialettale. 
Nel caso di Iacovelli abbiamo una lingua italiana standard-media, una lingua che non ha nessun tipo di influenza territoriale. È un italiano universale, anche se con una forte caratterizzazione aulica e sicuramente con forti caratteristiche di consapevolezza filosofica, per niente scontate.

Insomma, quella di Biagio Iacovelli è una scrittura complessa, una scrittura articolata, per niente realistica, e per niente mimetica. 

I temi che affronta Biagio Iacovelli sono abbastanza ampi, e, appunto, non risentono dello specifico territoriale, dello specifico antropologico. Sono temi universali che lui affronta attraverso allegorie, attraverso rivisitazioni, ad esempio, di temi mitologici o attraverso l’utilizzo di generi letterari come la distopia. Gioca molto con i generi – ce ne sono diversi che si intrecciano. Troviamo, per esempio, anche un genere che potremmo definire comico-umoristico, grottesco. Sperimenta più generi, ecco, anche se non so verso quali esiti andrà in futuro la sua scrittura. Invine ho individuato anche un genere che potrei definire “teatrale”, racconti che hanno proprio un impianto da messa in scena.
Sono racconti molto complessi, perché sono ellittici e molto densi. La frase normalmente, e soprattutto nel racconto realistico, ha una distensione e una messa a fuoco che permette al lettore di capire esattamente dove siamo, chi parla, in che contesto ci troviamo, che azione si sta svolgendo. In questo caso, a volte, ci troviamo di fronte a scenari abbastanza metafisici, inafferrabili, che rendono difficile entrare immediatamente nei racconti, proprio in quanto ellittici e metafisici. 

I temi sono, però, struggenti. Ecco, qui emerge il lato di Antropozoologie che più mi ha convinto e anche commosso.

I temi sono davvero struggenti: di solito, chi vola così alto, mette in campo anche una sorta di presunzione, di sicurezza di sé, di sguardo dall’alto sul mondo. E invece, in questo caso, davvero emerge una sperdutezza (lasciatemi usare un termine caro a Giovanni Testori) molto profonda, molto tenera anche, molto dolce. Una sperdutezza e anche una fragilità, anzi, una consapevolezza della fragilità che a volte viene nascosta da pudori e da costruzioni narrative molto alate, che sembrerebbero portarci lontano da questa verità, ma che poi svelano infine tutta quella sperdutezza di cui parlavo poc’anzi. 
I temi sono il diventare grandi, il volare, la presa d’atto o, meglio, il ritrovarsi in quel momento in cui l’uomo sente di poter spiccare il volo, ad afferrare questa possibilità che è la vita, di uscire dal nido; e poi il potere: la dimensione ridicola, goffa del potere; ma anche un modo eretico, direi, di ripensare la mitologia, i grandi archetipi della narrazione religiosa e filosofico-mitologica, come il racconto molto particolare sull’Annunciazione; e, ancora, una rivisitazione sul tema di Icaro, e così via.
C’è sicuramente una grande consapevolezza delle infinite possibilità che il campo semantico e il campo dell’immaginazione permettono a uno scrittore. Questo proietta, sicuramente, Biagio Iacovelli in una dimensione extra-realista, lontana da quel realismo da cui invece io provengo e nel quale mi sento orgogliosamente, ma anche disperatamente inchiodato. 

Ci sono dei racconti che trovo particolarmente riusciti, anche se, personalmente, avrei dato più respiro ai singoli racconti, nel senso che, avendo questa grande densità e questa dimensione ellittica, a volte i racconti di Biagio Iacovelli tolgono il fiato.

È un po’ come quando si accende un fuoco: più legna metti sul fuoco all’inizio e meno il fuoco si accende, perché bisognoso di ossigeno. Se al mattino si accende il fuoco soffocandolo con troppa legna, il fuoco non si accende. Bisogna dargli ossigeno, bisogna dargli aria, e a quel punto il fuoco si accende. A volte Biagio Iacovelli, per eccesso di densità, tende un po’ a soffocare il racconto, quindi il lettore deve fare grande attenzione nel muoversi in queste storie. 
Però, poi, se trova il passo, il lettore scopre una grande immaginazione, una grande fantasia e una visione del mondo che è molto larga, che ha un orizzonte molto largo. E questa è una cosa che davvero rincuora, che rincuora soprattutto chi è abituato a leggere romanzi che sono puramente delle mere fotografie del reale, in cui ci si trova in una dimensione di descrittivismo puro e semplice. 
C’è un racconto, in particolare, che mi ha davvero molto commosso, ed è intitolato Il Canovaccio. Un racconto davvero molto riuscito, ai livelli di L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello, mutati mutandis. E qui Biagio Iacovelli si è esposto. È sceso da questa impalcatura mitologico-metafisica ed è entrato in una dimensione più confessionale e più scoperta. In questo racconto viene messa a fuoco una cosa molto verticale, nel senso che dà vertigini. Tutto parte dall’intuizione che tutte le persone, noi inclusi, viviamo con un ronzio, una sorta di acufene, che ci dice che qualcosa non va. È una sensazione che, personalmente, mi accompagna da sempre.

Ogni giorno io vivo con la consapevolezza che qualcosa non va nella mia vita. E a questa consapevolezza, ogni giorno, io do un nome.

E molto banalmente questo nome può essere una volta tasse da pagare, una volta sovrappeso, tabagismo, nevrosi, angoscia di morte… Noi gli diamo un nome. E, dandogli un nome, a questo ronzio, a questo acufene, a questa sensazione di qualcosa che non va, lo circoscriviamo, questo abisso che si schiude ogni giorno dentro di noi e davanti a noi – gli diamo cioè una normalità, una possibilità di accettabilità. 
Quando noi diamo un nome a una malattia, circoscriviamo l’abisso. Lo stiamo, in un certo senso, umanizzando. Lo stiamo avvicinando a noi. Lo rendiamo accettabile. La Parola rende l’Abisso meno profondo. Invece la verità è che quella sensazione che tutti noi abbiamo, di qualcosa che non va, è in realtà la spia, il sintomo di una Verità, che è la Grande Verità, che non è nemmeno esprimibile. Ed è davvero una caduta rovinosa, davvero un precipizio, che noi contrastiamo, e che è il senso di questo cammino ostinato e contrario a questa sensazione di qualcosa che non va.

E tutto questo viene raccontato in maniera molto intensa, dal punto di vista poetico e filosofico, ma anche in maniera molto suggestiva dal punto di vista del canovaccio teatrale, come potrete capire e apprezzare leggendolo. 

Potrei dire ancora tante cose, ma aggiungo soltanto questo: la letteratura è plurale. La letteratura è un campo plurale nel quale noi dobbiamo essere consapevoli che i codici, gli stili, i generi, sono davvero tanti. Il nostro compito è essere attrezzati per avere orecchie per suoni diversi. Lo dico perché leggendo Antropozoologie potreste, in alcuni momenti, provare un po’ di fatica, non riuscire a entrare immediatamente in questa materia. Ma la letteratura è un po’ come navigare: si può navigare a riva, per cui noi vediamo ancora gli stabilimenti, vediamo le spiagge, gli ombrelloni, e per cui la navigazione è rassicurante, oppure si può andare in mare aperto e non avere nessun tipo di sicurezza rispetto a quello che ci attende, rispetto a quello che ci siamo lasciati alle spalle. Per cui aumenta il rischio, aumenta l’incognita. 
Dico anche che bisogna abituarsi, e lo dico alle nuove generazioni, ma anche a chi si è abituato troppo a una narrazione eccessivamente realistico-mimetica, al rischio di andare in mare aperto. Perché anche nel nostro modo di recepire i film, i libri, il teatro, ci siamo troppo appiattiti su una ricezione immediata, perché abbiamo bisogno di capire subito, di capire tutto. Ma capire subito e tutto è, appunto, una nevrosi o, se vogliamo, un modo per divorare immediatamente l’opera, perché divorandola ci sentiamo sicuri. Ma la letteratura e l’arte sono un territorio anche di non-risposte, di domande, un territorio ambiguo, contraddittorio, dove i segni sono infinitamente reinterpretabili. Pier Paolo Pasolini diceva che in tal modo un’opera diventa eterna poiché inconsumabile. 
Mi piace dare questo strumento di lettura affinchè voi possiate entrare in questo libro senza cercare quelle cose che magari cerco anche io e che limitano molto il mio sguardo. Perché noi siamo cresciuti leggendo le opere di Rocco Scotellaro, di Corrado Alvaro, di Domenico Rea, le opere di chi raccontava storie di braccianti, storie di emigrati, storie di donne soffocate nelle realtà del Sud. Invece dobbiamo sforzarci di accettare altri stili, altre letterature che ci portano in territori che non sono sempre ben definibili e comprensibili. 

Ecco, Antropozoologie è un libro che ci porta un po’ più avanti nella navigazione.